2026-07-10 Persone & Cantiere
Nel 2017 lavoravo già da nove anni nel settore delle costruzioni. Ero un po’ stanco, avevo deciso di cambiare aria, e ho iniziato a seguire dei corsi. Tra questi, un corso di project management. La mia reazione, lezione dopo lezione, era sempre la stessa: “Ma io queste cose le ho già viste. Non sapevo come si chiamassero, non sapevo perché venivano fatte — ma le ho vissute tutte.” Ecco perché esistono quei documenti. Ecco perché ci sono linee guida per gestire un progetto.
Nove anni dentro il settore, e non sapevo nemmeno che esistesse il Project Management Institute. Oggi ne sono un membro attivo. Ma quella scoperta tardiva mi ha lasciato una domanda che mi porto dietro da allora: quanta strada avrei risparmiato se qualcuno mi avesse mostrato prima che quella disciplina esisteva?
Ne ho parlato in una lunga chiacchierata con un giovane collega ingegnere, confrontando due percorsi opposti — il suo, tutto studio e poi lavoro; il mio, tutto al contrario. Ne è uscito questo articolo.
Un percorso al contrario
Da ragazzino non amavo lo studio. A un certo punto ho lasciato la scuola e sono andato a lavorare con mio padre, che aveva una piccola impresa edile. Ci sono rimasto quasi tre anni — e lì è successa la cosa importante: mi sono appassionato al mondo delle costruzioni. Solo allora ho sentito il bisogno vero di tornare sui banchi, e mi sono diplomato geometra.
La differenza rispetto a prima era una sola: adesso sapevo a cosa serviva quello che studiavo. Avevo visto con i miei occhi le applicazioni pratiche della teoria, e questo ha trasformato lo studio da obbligo a strumento. Non era più studio per l’esame: era studio per imparare.
Non sto suggerendo a nessuno di lasciare la scuola. Sto dicendo che la motivazione nello studio nasce quasi sempre dal capire a cosa serve — e che il nostro sistema formativo questo collegamento lo costruisce poco e tardi.
Il problema è l’orientamento
Pensiamoci: a 14 anni un ragazzo deve scegliere tra liceo, tecnico e professionale — una scelta che indirizza tutto il resto — con in mano un libricino delle scuole della zona. Alla fine si sceglie in base alla distanza da casa e a dove vanno gli amici, più che a una passione vera. E come potrebbe essere altrimenti? A quell’età non hai le conoscenze né l’esperienza per valutare. All’università va solo un po’ meglio: l’offerta è talmente ampia che senza un orientamento serio si naviga a vista.
La soluzione più efficace che conosco è anche la più semplice: parlare con chi quel lavoro lo fa già. Chi ha qualche anno di esperienza può raccontarti il day-by-day reale di una professione — che spesso è parecchio distante dall’idea che te ne sei fatto. Puoi sognare un mestiere; finché non sai cosa fa concretamente quella persona ogni giorno, stai scegliendo al buio. Tornare nelle classi a raccontare i propri percorsi, fare orientamento vero: costa poco e cambia le traiettorie.
La malattia professionale peggiore: pensare di essere arrivati
C’è poi il secondo tempo della partita, quello che riguarda chi lavora già. E qui vedo la cosa che mi preoccupa di più: l’appiattimento. “Ho già studiato all’epoca, ora ho un lavoro, faccio il mio e porto a casa lo stipendio.” Conosco tanti professionisti così — e capisco anche le ragioni: famiglia, casa, mille pensieri. Ma i tempi cambiano, e il settore non aspetta nessuno: chi disegnava a mano e non ha voluto imparare il CAD è diventato obsoleto non perché disegnasse male, ma perché il mondo intorno ha cambiato strumento — la lezione del tecnigrafo, ne ho già scritto, e oggi si ripete con la modellazione 3D e con l’AI.
C’è anche un’obiezione che sento spesso: “se faccio uno sforzo in più, deve esserci un ritorno economico subito”. La capisco, ma è miope. L’impegno extra — soprattutto da giovani, quando hai energia, tempo libero e pochi vincoli — non lo fai per l’azienda: lo fai per te, come investimento. E il percorso poi è quasi naturale: chi si impegna cresce, e con gli step di carriera arriva anche il resto. Vale il principio di cui ho scritto parlando di proattività: finito il tuo compito, chiedi “posso aiutarti in qualcosa?” — è il modo più rapido che esista per imparare cose nuove.
La gavetta insegna, tutta
Lo dico con orgoglio: ho lavato macchine in un autolavaggio per un anno e mezzo, e ho fatto il cameriere per tre anni mentre studiavo. Ogni lavoro mi ha insegnato qualcosa: la disciplina degli orari, il dedicarsi bene a un compito anche quando sei stanco, il rispetto per chi ti paga per fare qualcosa.
E se sei in una fase di attesa — magari laureato e senza lavoro da mesi — la cosa peggiore è aspettare passivamente. Le alternative sono tante: un lavoro anche umile intanto ti fa crescere (e le entrate, se sei intelligente, le investi in corsi e libri, non solo al pub); il volontariato negli ordini professionali ti fa fare networking; i viaggi costruttivi — piattaforme come Workaway ti permettono di girare il mondo dando mezza giornata di aiuto in cambio di vitto e alloggio. Io ci ho passato quattro mesi tra Inghilterra e Scozia: ho perfezionato l’inglese, conosciuto persone, visto posti stupendi. E l’inglese, da solo, moltiplica tutto: l’offerta di formazione internazionale è enormemente più ampia di quella in sola lingua italiana.
Lo shadow boxing
Chiudo con una metafora che viene da un altro pezzo della mia vita: ho praticato e poi insegnato boxe thailandese per anni. Chi inizia vorrebbe subito mettere i guantoni e salire sul ring. Ma prima c’è lo shadow boxing: movimenti a vuoto davanti allo specchio, a curare ogni dettaglio della tecnica. È la parte noiosa — e chi la salta non si godrà mai il combattimento, perché non sarà pronto.
La formazione funziona così. Gli step si fanno in ordine, ognuno con impegno e dedizione, riflettendo su quello che si fa. E quando finivo l’allenamento, sfinito, restavo a guardare i professionisti: anche solo osservare chi è più bravo di te è formazione.
La gavetta, in fondo, non finisce mai. Ed è una buona notizia.
E tu, quando hai smesso — se hai smesso — di considerare la formazione un investimento su te stesso? C’è uno strumento o una disciplina che usi da anni senza averne mai studiato la teoria?
Tratto dal podcast Costruzioni Competenze — anche su YouTube.
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